«Nessuno ha un amore più grande di quello di dare la propria vita per i propri amici» (Giovanni 15,13)
“Vai a collaboratore!” “Vai a collaboratore!” si ripeteva insistentemente nella mia testa un martedì di luglio di notte. Non potevo crederci! Durante la mia vita nel Regno era cresciuta la convinzione che ciò (essere collaboratore) fosse solo una via di fuga per non impegnarsi nella propria sezione e, non lo sconsigliavo ma, ero sicuro che io non sarei stato collaboratore. Questa “preoccupazione” fu, tuttavia, così chiara e acuta che in meno di una settimana avevo cambiato tutti i miei piani; iniziavo il mio anno di collaboratore; e con esso, il primo passo verso la più inattesa delle mie vite.
Sono il secondo di tre figli di una famiglia cattolica “normale”, di quelle che, come tutto, abbiamo grano e zizzania. Ho studiato in una scuola religiosa che, fin da piccolo, mi ha messo in contatto con la vita di fede e l’apostolato. Anche nella mia famiglia ho ricevuto buone insegnanze in questo senso; ad esempio, mia nonna paterna dedicava tutto ciò che poteva per servire gli altri: mi portava alle attività per mantenere un ricovero per anziani e lei prendeva l’iniziativa di aiutare con generosità le persone povere; ci ha sempre insegnato a valorizzare molto le religiose, i sacerdoti e i seminaristi, che non era raro vedere in casa; mi insisteva sentitamente sull’importanza della preghiera e non si stancava di ripetermi che “senza Dio non possiamo fare nulla”. È in questo contesto che, intorno ai cinque anni, assicuravo che sarei stato sacerdote.
Per arrivare ai ventitré anni con cui ho iniziato il mio anno di collaboratore, avevo già conquistato molto terreno con la zizzania, come conseguenza delle mie cattive decisioni influenzate dall’inerzia della vita sociale, dai dolori che si incontrano lungo il cammino e dalle soluzioni sbagliate, dalle imprudenze -che mi sono molto proprie-, ecc. Diciamo che “coerenza” e “virtù” non erano le parole più adatte per qualificare la mia vita.
Tuttavia, anche il grano non si estingueva; ad esempio, all’inizio dell’università, che fu quando conobbi i Legionari di Cristo, “i padri” mi invitavano a missioni o mi cercavano per “chiacchierare”, le evitavo con successo in diverse occasioni, ma dietro c’era “Qualcun altro” che non si dava per vinto. Poco a poco, providenzialmente, mi sono coinvolto e impegnato negli apostolati: andavo in missione e portavamo bambini orfani di missione, visitavamo ospedali per bambini con cancro, organizzavamo macro-eventi per bambini poveri, ecc. Fu l’opportunità di sperimentare in prima persona la paradossale verità che “chi dà di più, riceve di più; chi perde la vita, la guadagna” (cf. Mc 8, 35; Mt 16, 25). Fu qui che ricevetti anche la benedizione dei miei amici del Regno che, col tempo, apprezzo sempre di più. Non potevamo non dire “che bene si sta qui”.
Quando arrivai al cursillo dei collaboratori, con più di cento giovani che generosamente avremmo dato un anno della nostra vita a Cristo, mi sentii, perfettamente fuori luogo. Dovetti fare un accordo con il Signore: se Lui lo voleva, Lui doveva occuparsene, perché io non potevo. Funzionò abbastanza bene! Fu un tempo di grazie speciali che si protrasse da allora. Fu come il primo passo del figliol prodigo, nel cammino di ritorno a casa, che desidera la casa del Padre, e che -senza saperlo- prima incontrerà un grande abbraccio.
Con un altro collaboratore ci assegnarono due città, nessuna delle quali aveva comunità di padri, in una di esse non c’era mai stato un collaboratore e nell’altra erano diversi anni che non ne avevano; fu un’esperienza tutta da vivere. La nuova prospettiva di vedere la vita fece riscoprire tutto, come se fosse rinato; sicuramente Colui che fa tutte le cose nuove, avrebbe avuto qualcosa a che fare con questo.
Durante quell’anno, una mattina meditavo su quella vite del Vangelo, a cui Gesù si avvicina quando sente fame, poco prima della sua passione. Pensavo che, sicuramente, quella era una vite visibile, con foglie, ma senza frutti; proprio come me! Mi sono reso conto di aver vissuto una vita incentrata soprattutto sul curare le apparenze, il Signore aveva donato qualità e io ne approfittavo per vantarmele, ma erano solo apparenze; foglie senza frutto. L’esperienza di vivere per servire gli altri si rafforzò. In quel medesimo tempo ricordai la convinzione sul sacerdozio che professavo diciotto anni prima, frutto della vicina compagnia del Signore.
Ovviamente cercai di fuggire, il sacerdozio era qualcosa di troppo sublime per me -e io stesso non lo desideravo-, così lo lasciavo con piacere a persone migliori. Ma questa volta, senza voci inaspettate, si sviluppò semplice, dolce e con forza, la certezza che consegnare la vita a Dio era ciò che seguiva. Lo comunicai solo ai minimi necessari. Quanto ha fatto male alla mia famiglia! Ma non hanno mai smesso di supportarmi e poco a poco si svelò che la vocazione era una questione familiare.
Il passo successivo fu “il candidarsi”: un primo tempo di prova per discernere la vocazione. Lo godetti così tanto, che cominciai a credere che tutti i miei amici del Regno dovessero farlo. Mi chiedevo come qualcuno che si è incrociato con Dio non possa porsi con libertà cosa Dio voglia da lui… Eppure, aspettavo -con desiderio- che i padri non mi lasciassero entrare nella Legione; finché arrivò il momento della mia decisione e con un semplice “sì” -per tutta la vita (finché Lui mi sosterrà)- concesse.
L’inizio della mia vita legionaria, sembrava di un altro mondo… ed era così. Il noviziato fu come un turbine di carità, che proveniva da Dio, dagli uomini e perfino da me! Infatti, se dovessi sintetizzare ciò che è stato, fin dal primo momento, il mio tempo di formazione direi che “una scuola di carità”. Non mi sarei mai immaginato di poter amare così tanto da essere disposto a dare la vita per qualcun altro, per il suo benessere (ancora meno mi immaginavo che fosse così profondo e insondabile l’amore di Dio che giorno dopo giorno si va lasciando svelare). Non c’è dubbio che “nessuno ha un amore più grande di quello di dare la propria vita per i propri amici” (Gv 15,13). Speriamo di essere docili affinché Dio ci conceda la grazia di comprendere la “grandezza dell’amore” di quell’Amico che si è dato tutto per te e per me.
Come nella vita naturale, anche nella vita religiosa bisogna maturare e, in giustizia, devo dire che, senza perdere il suo carattere meraviglioso, non tutto è stato miele sulle fette biscottate. Mi aiuta pensare che sia come un albero che, per crescere di più, deve essere tolto dal vivaio; o prima, il seme che, per germogliare, deve passare per il solco; o l’oro attraverso il crogiolo… o il cristiano attraverso la croce del suo Signore. Tuttavia, è stato proprio in questi momenti che ho sperimentato che Dio è fedele, un Padre fedele -e misericordioso-, la roccia della mia speranza.
È così che oggi mi avvicino all’ordinazione. Come un’opera modellata dalle mani dell’artista divino, ma in un materiale molto umile. Do molto a coloro che sono stati strumenti dell’amore nella mia vita. Chiedo le vostre preghiere per essere docile alla grazia del Signore e portare nel modo meno indegno il dono del suo santo sacerdozio.
Manuel Díez, L.C. Nato il 22 febbraio 1984 a Tlapacoyan, Veracruz. Ha studiato Giurisprudenza all’Università Anáhuac di Xalapa, dove ha lavorato per tre anni. Ha collaborato nella sezione giovani di Xalapa e si è unito al Regnum Christi nel 2005. Nel 2007 è stato collaboratore a Tabasco e Chiapas, Messico. È entrato nella Legione di Cristo nel 2008. Ha fatto il Noviziato a Dublino, Irlanda, dove ha pronunciato la prima professione religiosa nel 2010. Ha studiato umanità classiche a Cheshire, Ct., e nel 2011 ha iniziato il baccalaureato in filosofia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum a Roma. Nel 2013 ha iniziato le sue pratiche apostoliche come istruttore di formazione presso l’Istituto Oxford e ha collaborato in CREL Sur e nel Club Timón del sur della Città del Messico. Nel 2015 è tornato a Roma per studiare Teologia e diventare membro ausiliario dell’amministrazione generale; dove continua come parte del suo primo ministero.













