Messaggio inviato al Simposio Internazionale di Catechetica che si svolge dall’11 al 14 luglio a Buenos Aires
(ZENIT – Roma, 12 lug. 2017).- Il papa Francesco ha inviato un messaggio ai partecipanti del Simposio Internazionale di Catechetica che si svolge dall’11 luglio fino a venerdì 14, ricordando loro che essere catechisti “non è un lavoro” bensì “un dono”, e invitandoli “a essere creativi”, e “a cercare mezzi e forme diverse per annunciare Cristo”. Il simposio si sta svolgendo presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Cattolica Argentina (UCA), nel quartiere di Villa Devoto, ha riferito l’agenzia di stampa Aica.
Il testo del messaggio è stato diffuso oggi dall’Ufficio Stampa della Santa Sede. L’incontro ha come tema: “Beati quelli che credono” e tra i relatori figurano il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’arcivescovo Luis Francisco Ladaria sj., e il segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Mons. José Ruiz Arenas.
Di seguito il testo della missiva
A Sua Eccellenza Mons. Ramón Alfredo Dus, Arcivescovo di Resistencia,
Presidente della Commissione Episcopale di Catechesi e Pastorale Biblica
Vaticano, 5 luglio 2017
Carissimo fratello:
Un cordiale saluto a te e a tutti coloro che parteciperanno ai diversi incontri di formazione organizzati dalla Commissione Episcopale di Catechesi e Pastorale Biblica.
San Francesco d’Assisi, quando uno dei suoi seguaci insisteva perché gli insegnasse a predicare, rispose così: «Fratello, [quando visitiamo i malati, aiutiamo i bambini e diamo cibo ai poveri] stiamo già predicando». In questa bella lezione si racchiude la vocazione e il compito del catechista.
Innanzitutto, la catechesi non è un «lavoro» o un compito esterno alla persona del catechista, bensì si «è» catechista e tutta la vita gira intorno a questa missione. Infatti, «essere» catechista è una vocazione di servizio nella Chiesa, ciò che si riceve come dono da parte del Signore deve a sua volta essere trasmesso.
Da qui che il catechista deve tornare costantemente a quell’annuncio o «kerygma» che è il dono che gli ha cambiato la vita. È l’annuncio fondamentale che deve risuonare una e un’altra volta nella vita del cristiano, e ancor di più in colui che è chiamato ad annunciare e insegnare la fede. «Niente è più solido, più profondo, più sicuro, più denso e più saggio di quell’annuncio» (Evangelii Gaudium, 165).
Questo annuncio deve accompagnare la fede che è già presente nella religiosità del nostro popolo. È necessario assumersi tutto il potenziale di pietà e amore che racchiude la religiosità popolare affinché non solo si trasmettano i contenuti della fede, ma si crei anche una vera scuola di formazione in cui si coltivi il dono della fede ricevuto, affinché gli atti e le parole riflettano la grazia di essere discepoli di Gesù.
Il catechista cammina da e con Cristo, non è una persona che parte dalle proprie idee e gusti, bensì si lascia guardare da Lui, da quello sguardo che fa ardere il cuore. Quanto più Gesù prende il centro della nostra vita, tanto più ci fa uscire da noi stessi, ci décentrizza e ci rende prossimi agli altri.
Questo dinamismo dell’amore è come il movimento del cuore: «sístole e diástole»; si concentra per incontrare il Signore e immediatamente si apre, uscendo da sé per amore, per testimoniare Gesù e parlare di Gesù, predicare Gesù.
L’esempio ce lo dà Lui stesso: si ritirava per pregare il Padre e immediatamente usciva incontro ai affamati e assetati di Dio, per sanarli e salvarli. Da qui nasce l’importanza della catechesi «mistagogica» che è l’incontro costante con la Parola e con i sacramenti e non qualcosa meramente occasionale prima della celebrazione dei sacramenti di iniziazione cristiana. La vita cristiana è un processo di crescita e di integrazione di tutte le dimensioni della persona in un cammino comunitario di ascolto e di risposta (cfr. Evangelii Gaudium, 166).
Il catechista è inoltre creativo; cerca mezzi e forme diversi per annunciare Cristo. È bello credere in Gesù, perché Lui è «la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6) che colma la nostra esistenza di gioia e di allegria. Questa ricerca di far conoscere Gesù come somma bellezza ci porta a trovare nuovi segni e forme per la trasmissione della fede.
I mezzi possono essere diversi ma ciò che conta è avere presente lo stile di Gesù, che si adattava alle persone che aveva davanti per rendere vicino l’amore di Dio. Bisogna saper «cambiare», adattarsi, per rendere il messaggio più vicino, anche quando è sempre lo stesso, perché Dio non cambia ma rinnova tutte le cose in Lui. Nella ricerca creativa di far conoscere Gesù non dobbiamo avere paura perché Lui ci precede in questa missione. Lui è già nel uomo di oggi, e lì ci aspetta.
Cari catechisti, vi ringrazio per quello che fate, ma soprattutto perché camminate con il Popolo di Dio. Vi incoraggio a essere allegri messaggeri, custodi del bene e della bellezza che risplendono nella vita fedele del discepolo missionario.
Che Gesù vi benedica e la Santa Vergine, vera «educatrice della fede», si prenda cura di voi.
E, per favore, non dimenticate di pregare per me.
Francesco.













