Il P. Enrique Tapia è un sacerdote dei Legionari di Cristo burgalese che dirige il Pontificio Collegio Internazionale Maria Mater Ecclesiae di Roma. Il suo precedente ministero è stato quello di rettore del noviziato dei Legionari di Cristo in Spagna. Il P. Enrique Tapia ha appena pubblicato un libro intitolato “Discernimento vocazionale, chiavi per l’accompagnamento secondo san Giovanni di Ávila”, edito da Monte Carmelo, in cui raccoglie e divulga parte della sua tesi di dottorato proprio su questo tema. San Giovanni di Ávila (Almodóvar del Campo, Ciudad Real 1499/1500 – Montilla, Córdoba 1569), è il patrono del clero spagnolo ed è stato dichiarato da Benedetto XVI Dottore della Chiesa. L’Ufficio di Comunicazione del territorio di Spagna ha parlato con il P. Enrique Tapia delle chiavi pratiche che il suo libro offre, di san Giovanni di Ávila, dell’importanza del discernimento vocazionale e della congregazione dei Legionari di Cristo. Offriamo la prima parte di questa conversazione, che continuerà.
“Discernimento vocazionale. Chiavi per l’accompagnamento secondo san Giovanni di Ávila” è diventato il libro più venduto durante il mese di novembre dall’editrice Monte Carmelo ed è stato recensito in diverse riviste specializzate, come Vida Nueva. In esso si affronta uno dei temi centrali della formazione sacerdotale, per cui, nelle parole di Monsignor Jorge Patrón Wong, Segretario per i seminari della Sacra Congregazione per il Clero, “questo libro del P. Enrique Tapia, LC offre un prezioso contributo ai formatori di seminaristi e di persone consacrate al fine di poter realizzare un buon discernimento vocazionale e i processi di selezione e formazione dei candidati”.
San Giovanni di Ávila, racconta il P. Enrique Tapia, “è un personaggio poco conosciuto, ma figure come Santa Teresa d’Ávila, San Ignazio di Loyola, San Giovanni di Dio e altri santi si rivolgevano a lui chiedendo consiglio o riconoscendo la sua autorità nella vita spirituale”. Di fatto “Menéndez Pelayo considera che fu l’uomo più consultato della sua epoca, e stiamo parlando del Siglo de Oro spagnolo”, spiega il P. Enrique Tapia. Fu un’autorità morale e spirituale al punto che Papa Benedetto XVI lo ha nominato Dottore della Chiesa.
E cosa ci apporta san Giovanni di Ávila? C’è dottrina nuova?
Non è che apporti dottrina nuova nel nostro tempo (sì, nel XVI secolo), ma ciò che fa è offrire approcci, chiavi per svolgere bene questa opera di discernimento di una vocazione. D’altra parte, molte delle insegnanze del Concilio Vaticano II sulla vocazione e sulla formazione sacerdotale, questo uomo le diceva già nel XVI secolo. Insomma, è un precursore. Ci sono cose che sembrano ovvie, ma nel suo tempo non lo erano. Aveva un dono speciale di Dio per vedere le cose chiaramente: parla di temi come la libertà, la maturità umana, la vita di preghiera… temi importanti per il discernimento vocazionale.
P. Enrique Tapia, allora, cosa apporta il suo insegnamento al nostro tempo sul tema del discernimento vocazionale?
Bisogna mettersi nel suo tempo, nella prima metà del XVI secolo, per capire la Chiesa del suo tempo e la grandezza, ricchezza e il profetismo del suo insegnamento attraverso la predicazione, le lettere, le riflessioni, ecc. Lui non era un insegnante, ma il suo insegnamento deriva dalla sua azione pastorale. Oggi abbiamo chiaro che per essere sacerdote bisogna andare a un seminario, ma nel suo tempo non era così. Il Concilio di Trento decretò che i vescovi devono istituire seminari nelle loro diocesi; l’influenza di san Giovanni di Ávila in questa decisione del Concilio è riconosciuta dagli esperti. Questo sarebbe uno dei suoi principali apporti: la necessità di selezionare e formare bene i candidati al sacerdozio, e farlo in un collegio o seminario (cfr. Allegato 1, con alcuni testi di San Giovanni di Ávila).
E riguardo alla dimensione spirituale dei candidati al sacerdozio o alla vita consacrata? Cosa dice questo santo?
San Giovanni di Ávila ha e difende un elevato concetto della vocazione sacerdotale e consacrata. Egli afferma che la vocazione viene da Dio, cioè, non è una sua iniziativa una scelta umana; non è una maniera di guadagnarsi da vivere… Questo è qualcosa che anche Giovanni Paolo II affermò nel 1992 in Pastores dabo vobis.
Ci sono altri elementi di particolare rilevanza in san Giovanni di Ávila come l’importanza che dà alla preghiera. Ne parlò molto e chiaramente, qualcosa che anche Giovanni Paolo II e il Magistero del XX secolo raccolgono (allegato 2). E, naturalmente, della carità pastorale (allegato 3).
Ci ha citato alcuni aspetti di san Giovanni di Ávila molto necessari anche oggi come la maturità o la selezione dei candidati…
Effettivamente, Ávila insiste sull’importanza della maturità umana. E lo fa indicando l’età per entrare nel seminario, o per essere sacerdote: parla di aver almeno 30 anni e, dall’altra parte, richiede un lungo periodo di prova dei candidati prima di assumere gli impegni definitivi, sia nell’ordinazione che nei voti perpetui. Questo è qualcosa su cui il Concilio Vaticano II e i Papi del XX secolo – soprattutto a partire da Pio XII – hanno insistito molto.
E come sottolinei, anche per lui è fondamentale la selezione iniziale dei candidati alla vita religiosa o al sacerdozio. San Giovanni di Ávila sostiene di scegliere bene all’inizio chi entra nel seminario affinché la formazione che lì si offre possa dare buoni frutti. Qualcosa che viene ribadito recentemente e in modo particolare in Ratio di Formazione del Clero del 2016 (n. 60, n. 189).
P. Enrique Tapia, queste cose che lei racconta sembrano ovvie, ma davvero non lo erano cinque secoli fa?
Torniamo a quanto dicevamo prima. Papa Benedetto XVI nel 2012 ha nominato san Giovanni di Ávila Dottore della Chiesa, e quando la Chiesa nomina Dottore qualcuno riconosce in quella persona diverse cose. La prima è la sua santità, cioè, deve essere una persona canonizzata, e poi che la sua dottrina è di grado eminente, cioè, che si distingue. In effetti sono pochi: Dottori nella Chiesa cattolica sono solo 36 (inclusi uomini e donne).
Tornando al tema della vocazione, si parla spesso di vocazione come una chiamata al sacerdozio e alla vita consacrata. E i laici sembrano essere i “chiamati a niente”. È così?
No, decisamente no. Partiamo dal principio che la vita è vocazione, e che ci sono vari livelli di vocazione, di chiamata di Dio a compiere un piano particolare.
In primo luogo possiamo parlare della vocazione all’essere, cioè: Dio ci crea e ci chiama all’essere dal non-essere. Ci chiama ad esistere come esseri umani. Questo è in un ordine naturale, ma c’è anche una vocazione ad essere figli di Dio, cioè: Dio ci chiama a partecipare alla vita divina, al suo amore, a vivere una comunione con Lui stesso. È la vocazione alla santità, e questa è di ordine soprannaturale.
E infine, c’è una vocazione concreta e che si specifica in modo particolare in ciascuno. Ed è quella del sacerdote, consacrato, consacrata, matrimoniale… E in questo senso, tutti, non solo i candidati alla vita sacerdotale o consacrata, dobbiamo fare un discernimento vocazionale.
Di seguito offriamo alcuni testi selezionati dal P. Enrique Tapia, LC, per conoscere da vicino il pensiero di san Giovanni di Ávila.
Allegato 1
Testi sulla necessità di formare bene i futuri sacerdoti e che non si ordinino indegni
- “Che grande vergogna è che, non consentendo nella repubblica un ufficiale che prima non abbia imparato il suo mestiere, si consenta nella Chiesa un ministro che mai ha imparato ad esserlo! […] Alcuni giovani che si preparano per la Chiesa, non perché siano stati chiamati da Dio o dai loro prelati, ma perché, alla nascita, i loro genitori li hanno deputati alla Chiesa, o, dopo la nascita, a titolo di cappellanie della loro stirpe; o, per aver bisogno di mangiare, essi stessi hanno scelto lo stato ecclesiastico, questi, cresciuti in libertà perniciosa, senza maestri, senza raccoglimento virtuoso, con il fervore dell’età e tra le occasioni del mondo, non conoscendo altra legge che il loro mal appetito, come potranno, da uno stato così cattivo, venire improvvisamente ad essere abili per lo stato della maestà sacerdotale, di cui si ammirano gli angeli e tremano se la esercitano? […] Che si può aspettare da radici così cattive se non i frutti amari che vediamo e ascoltiamo, che fanno piangere la santa Madre Chiesa e rendono infamato il nome cristiano riguardo all’infedeltà?” (Memoriale primo al Concilio di Trento, n. 10).
- “Ciò che abbiamo visto usato, a causa dei nostri peccati, vicino a prendere lo stato ecclesiastico, è prenderlo, come abbiamo detto sopra, per via di mestiere e per avere cosa da mangiare senza lavoro, chiamati dal denaro e dai regali e non da Dio. E, entrando così, non per porta, ma per bardal (cfr. Gv 10,10), che devono fare se non uccidere e rovinare, come ladri che sono, poiché, secondo l’ingresso, di solito è la vita, e anche l’uscita? Chi dubita che il sangue delle anime del popolo cristiano sia versato per le cattive opere e parole cattive e per la negligenza dei cattivi ecclesiastici? […] La causa di questo male è che ci sono uomini indegni nella Chiesa e sono entrati dalla porta falsa. Chiudete questa porta così cattiva, e cesseranno i suoi cattivi effetti” (Memoriale primo al Concilio di Trento, n. 16).
- La soluzione era che la vita ecclesiastica fosse ordinata in modo “che non possa essere portata che dai virtuosi o da coloro che lavorano per esserlo […] coloro che veramente vogliono esserlo”. E “quello solo che vuole avere Dio per parte, ut Hieronimus ait, sia ammesso come chierico”; “meglio scegliere pochi e tali che non sia necessario scartare nessuno, che aprire la porta a ricevere chiunque sia fastidioso agli altri, e sia necessario cacciarlo o ordinarlo indegno” (Memoriale primo al Concilio di Trento, n. 6 e 18).
- Chiunque debba essere ministri della Chiesa devono essere: “Persone virtuose […] in cui si conosca probabilmente che dimora la grazia del Signore, e che siano gente di vita inclinata alle cose della Chiesa, che sappiano combattere le guerre per la castità e raggiungere in esse vittoria e che sappiano per esperienza cosa sia la preghiera o abbiano disposizione per impararla e averla essendo insegnati” (Memoriale secondo al Concilio di Trento, n. 91).
- Fatta questa selezione, è necessaria una formazione esigente e rigorosa. Dice che se il Concilio di Trento vuole “che la Chiesa sia terribilis ut castrorum acies ordinata”, oltre ai collegi dove si formano i candidati a sacerdoti e confessori, deve provvedere a collegi per formare “lettori e predicatori molto dotti”, poiché questo mestiere “richiede maggiore santità”, “per formare uomini che siano luce del mondo, sale della terra, gloria di Cristo” (Memoriale primo al Concilio di Trento, n. 15).
Allegato 2
Sulla vita di preghiera
- Giovanni di Ávila sulla preghiera del sacerdote: “dalla dottrina dei santi e dalla Scrittura divina sembra che il sacerdote abbia per mestiere, come abbiamo detto, pregare per il popolo” (Discorso secondo ai sacerdoti, n. 10). Citando san Gregorio Magno, afferma che chi non ha in sé esperienza del dono della preghiera, non deve esercitare la cura delle anime (Discorso terzo, n. 51). La missione del sacerdote richiede il “dono di preghiera e molto grande” (Trattato sul sacerdozio, n. 11).
- Giovanni Paolo II.
- “Un aspetto, certamente non secondario, della missione del sacerdote è quello di essere maestro di preghiera. Ma il sacerdote potrà formare gli altri nella scuola di Gesù orante, se lui stesso si è formato e continua a formarsi nella stessa scuola […]. I cristiani si aspettano di trovare nel sacerdote non solo un uomo che li accoglie, che li ascolta con piacere e mostra loro una sincera amicizia, ma anche e soprattutto un uomo che li aiuta a guardare a Dio, a salire verso di Lui” (PDV 47).
- riferendosi alle persone consacrate, “devono possedere una profonda esperienza di Dio” (VC 73).
Allegato 3
Sulla carità pastorale
Il Concilio Vaticano II parla della carità pastorale come perfezione sacerdotale (PO 14). Il gesuita Manuel Ruiz Jurado si domanda nel 2013 se oggi molti formatori tengano sufficientemente conto di questo aspetto quando fanno un buon discernimento vocazionale in coloro che sono sotto la loro cura. San Giovanni di Ávila aveva ben chiaro questo. Due testi:
- “Se non c













